Giorno 90+2: Ritorno

Anche i “giorni di recupero” sono finiti. Salutato tutti, il ritorno è arrivato.

Come ogni ritorno lascia sensazioni contrastanti. Rethymno e Creta mi mancheranno ma per il resto è ora di tornare. Domani sarà strano svegliarsi a casa, alzarsi e non vedere la fortezza alla mia destra. Si ritorna alla vita montemarcianese ma con qualcosa in più dentro. E di questo sono felice.

Spero anche di esser riuscito ad incuriosire coloro che mi hanno seguito in questi 90 giorni, Creta accoglierà tutti benissimo, ne sono sicuro. Cosa aspettate?

Γειά σου Κρήτη.

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Giorno 90+1: La mia Creta

“I would like Rethymno to live on here, to live on through this part of me, who am a shoot of this stock” Pandelis Prevelakis “The Tale of a Town”

Questa frase colta al volo al museo della Storia e del Folclore rappresenta non solo la mia esperienza a Rethymno ma anche quella a Creta, in generale. Nel corso delle varie volte che sono venuto a Creta, e tanto più in questi tre mesi, è quasi banale dire che l’isola mi ha cambiato. Ha fatto di più. Ha tirato fuori altre parti di me, che in altri contesti non sarebbero mai venute alla luce. Lo ha fatto portando a confrontarmi con la realtà quotidiana della vita di Rethymno, delle tradizioni e di modi di fare locali. Mi ha mostrato aspetti positivi e negativi che non è il caso di star qui ad elencare.

Quello che mi ha più colpito e cambiato è stato percepire la naturalezza degli aspetti positivi. In particolare dei rapporti umani. Purtroppo da noi non capita molto spesso che una persona che hai conosciuto di sfuggita ti chiami entusiasticamente mentre stai camminando e si fermi a parlare con te, augurandoti buon viaggio e invitandoti a tornare l’anno prossimo. A me è capitato oggi con un ragazzo che avevo visto durante la gita a Samarià ma con cui non avevo praticamente mai parlato. L’ospitalità è solo uno di questi aspetti positivi che qui riscopri quasi per magia, come se non ne avessi mai fatto esperienza veramente, e che voglio cercare di coltivare ritornando in Italia.

Stare tre mesi non mi è servito ad aggiungere niente al mio bagaglio di archeologo ma almeno mi hanno permesso di apprezzare tutti questi aspetti che non è facile cogliere da turista. Così, oltre a tenere a mente i posti dove sono stato cerchiandoli sulla cartina, mi ricorderò anche dei germogli che ogni luogo ha piantato dentro di me.

Giorno 90: Tempo di saluti

Novantesimo giorno. Ultimo giorno. No. Come in una partita di calcio ci sono i minuti di recupero, anche qui a Creta ci sono altri due giorni, essendo arrivato due giorni in anticipo. Il risultato ormai non cambia, solo un po’ di tempo in più per i saluti e per fare le valigie.

Già, tempo di saluti. Questi 90 giorni non mi hanno lasciato veri amici greci ma una lunga serie di persone che, frequentando nel quotidiano (chi più chi meno), si ricordavano di me e con cui quindi scambiavo sempre due chiacchiere. Personaggi sparsi in diversi punti della città, che di tanto in tanto andavo a trovare.

Ho scelto la foto con Kostas. Kostas è un fornaio di via Niceforo Foca, molto simpatico e molto accogliente. All’inizio frequentavo il posto per le spanakopite e le tiropite a 2 euro; poi, conoscendo meglio Kostas, ogni tanto sono passato per fare due chiacchiere. Come va, oggi è caldo, sì qua dentro io muoio e così via. Da quel momento mi ha sempre messo nella busta un dolcetto greco a caso di quelli che aveva sottomano, in più, da parte sua. Oggi l’ho salutato stringendogli la mano accaldata e con molliche appiccicate. Lui allora ha voluto salutarmi sbattendo la sua fronte sudata contro la mia, e dandomi appuntamento per un possibile futuro rakì.

Γειά σου Κόστα!

Giorno 89: Un pezzo da museo in mezzo alla folla


La fontana Rimondi te la trovi di fronte improvvisamente, mentre stai guardando la vetrina di un negozio o scrutando di soppiatto il menu di un bar. Non te l’aspetti perché si trova nella zona più turistica della città vecchia di Rethymno.

In questi tre mesi ci sono passato davanti quasi tutte le mattine andando al Museo Archeologico e ho sempre pensato che è uno dei più caratteristici monumenti della città. La fontana seicentesca, costruita dal rettore veneziano A. Rimondi da cui prende il nome, e l’arco con accenno di cupola che i turchi hanno aggiunto in seguito purtroppo si distinguono dagli altri angoli caratteristici del centro storico anche per il loro essere un pezzo da museo. E’ un angolo da fotografare, non un luogo di passaggio; i turisti si avvicinano ai leoni non per prendere l’acqua ma per scattare una foto da più vicino; non ho quasi mai visto nessuno passare sotto l’arco se non per farsi ritrarre in una foto ricordo.

Questa foto è stata scattata oggi 11 settembre, quando di turisti ce ne sono molti meno che nel resto dell’estate; perciò sono riuscito a dare allo scatto un minimo di atmosfera, anche se è un’atmosfera fredda, non ci sono i turisti ma non c’è neanche vita.

La fontana non si può spostare ovviamente ma evitare che gli ombrelloni del bar gli sbattano contro forse andrebbe fatto. Almeno per dare l’impressione di rispettare la dignità di questo antico monumento.

 

Giorno 88: L’ultima sorpresa di Creta

L’ultima sorpresa di Creta è una spiaggia che non si trova né sulle cartine né su Internet. E’ una spiaggia dove è difficile arrivare per caso e anche se già conosci il posto (la guida del gruppo montano di Rethymno si è persa più volte prima di trovare la strada giusta) ma è un posto che ti fa rimanere a bocca aperta.

Seitan Limani la vedi solo all’ultimo, quando ti fermi con la macchina nel parcheggio e scendi. Non la puoi intuire perché è un’insenatura in mezzo ad una costa rocciosa, dove non c’è possibilità di attracco e dove non ti aspetti nessuna spiaggia. A prima vista è difficile credere ai propri occhi, ma la spiaggia è vera, gli occhi non mentono. Allora non resta che percorrere il ripido sentiero e buttarsi nelle sue acque, godendosi il momento.

Quest’ultima sorpresa che l’isola mi ha riservato starebbe bene come ultimo fotogramma di questo film di 90 giorni. Ora mancano veramente  solo i titoli di coda…

Giorno 87: Fare l’eremita nella gola di Avlaki

Faccio giusto in tempo ad oltrepassare la soglia del monastero di Gouverneto, il più antico di Creta, e a scattare un paio di foto che un monaco molto robusto vestito tutto di nero (barba compresa), in un inglese perfetto e in modo stentoreo ordina a me e ai miei amici di uscire immediatamente. Con i pantaloni corti nel monastero non si può entrare  e inoltre non si può fotografare niente. Abbastanza intimorito esco e faccio in tempo a notare un pannello che indica i divieti decisi dai monaci: oltre ai pantaloncini corti e alla macchina fotografica c’erano almeno altri 5-6 punti che non avrei superato ad un’analisi più approfondita.

Superato il monastero e iniziato il cammino nella gola di Avlaki, mi ritrovo in un’atmosfera stile missione gesuita sudamericana. Gli edifici sono abbandonati: alberi crescono nelle case, le chiese scavate nella roccia custodiscono delle icone ortodosse al loro interno e ad un certo punto incrocio anche uno scheletro di una capra (almeno credo). In verità mi trovo al cosiddetto Moni Katholikou, un monastero (o forse solo una chiesa) del 1600, costruita qui dai monaci di Gouverneto probabilmente. A rendere ancora più interessante il luogo è anche la presenza della grotta di S. Giovanni l’Eremita: entro dentro non sapendo niente sul suo conto, leggo solo un enigmatico cartello in greco con su scritto “grotta del Santo”.

Guardo il bel panorama della gola, penso a S. Giovanni l’Eremita e ai monaci che hanno costruito e poi abbandonato chiese e abitazioni. Poi sento anche il mio amico Marco che dice: “Qui è bello fare l’eremita ma per me è un po’ troppo isolato. Se ci fosse una strada asfaltata poco lontano, allora ci si potrebbe pensare.” Magari anche i monaci e S. Giovanni (ma lui forse no visto che l’hanno fatto santo) ad un certo punto si stancarono e pensarono che della gola e delle capre ne avevano fin sopra i capelli.

 

Per la traccia GPS dell’escursione cliccare qui

Giorno 86: Tornare negli anni ’60 a Creta

Aprendo il libro di fotografie di John Donat “Crete 1960”, edito dalla casa editrice dell’Università locale e trovato per caso su una scaffale della biblioteca, non riesco a stupirmi troppo. Scorro le pagine dei ritratti e vedo che le facce sono quelle che vedo tutti i giorni per le vie di Rethymno. I greci hanno lineamenti ben definiti ma quel che ritrovo uguali sono i tipi umani. Il vecchio con baffi e bastone, l’uomo di mezza età che urla al mercato per invogliare i clienti a comprare la propria frutta, le anziane signore in abiti neri che si aggirano per i villaggi e così via. I cretesi continuano ad avere un’identità forte.

Non mi stupisce neanche il fatto che molti luoghi sono invece cambiati. Le grandi città come Chanià ed Iraklio sono state trasformate rispettivamente in un luogo completamente turistico e in uno dedito al commercio e alle infrastrutture navali. Nel 1960 ancora entrambi non erano altro che porti di pescatori, non c’erano ristoranti sul porto e le strade interne apparivano più vere, con fondo stradale brecciato e case con la vernice scrostata. La Creta della costa nord è irremediabilmente cambiata, ormai completamente dedita al turismo; solo i villaggi dell’interno, quelli più piccoli, mantengono forte la loro identità.

Viaggiare per Creta è unico in Europa anche per questo: scoprire la forte identità e l’ospitalità locale allontanandosi dalle zone turistiche. Per questo e per molti altri motivi sarà come tornare negli anni ’60, quando John Donat scattava le sue foto, e forse anche prima.

 

 

Giorno 85: Uno scavo greco

In uno scavo archeologico greco puoi trovare:

  • un operaio che sposta pietre e porta la carriola con ai piedi infradito due numeri più grossi;
  • tre persone che lavorano;
  • anzi, una persona che lavora come un matto e due che lo guardano;
  • una strategia di scavo caotica, per cui tutti scavano dove gli pare e fino a quando gli pare;
  • passerelle per la carriola più pericolose degli spettacoli di equilibrismo al circo;

 

Ma puoi trovare anche:

  • un tendone che ti protegge dal sole, montato alla meglio ma che comunque svolge il suo lavoro;
  • disponibilità continua  di aiuto per sollevare pietre e rimuovere terra;
  • una vista impagabile (gli antichi greci non sceglievano i posti a caso…);
  • rapporti umani stile “Una faccia, una razza”;
  • l’archeologo responsabile che si chiama Epaminondas (e scusate se è poco!)

 

In fin dei conti trascorrere i pochi giorni rimasti su uno scavo greco non è niente male!

Giorno 84: Passeggiando per Rethymno con i miei pensieri

Entro in Odos Titou, non c’è nessuno in strada. Una finestra aperta e un’odore di uova sode che invade la via; è ora di colazione ma mi ricorda quando da piccolo mamma mi cucinava l’occhio di bue invece della frittata, solo all’odore mi veniva da vomitare. Splash, metto il piede nell’acqua che scola al centro della strada, un rivolo che arriva da chissà dove, qualcuno ha innaffiato le piante o sta lavando il tratto di strada davanti casa, qui lo fanno tutti. Il piede nel sandalo si bagna tutto e la susseguente sensazione di sporco indesiderato mi porta a defilarmi verso il lato della via. Profumo di fiori; una pianta che non so identificare emana un odore molto buono che sopraffa quello delle uova e mi distrae dal piede bagnato. Un uomo sbuca da una via laterale e mi guarda come se fossi un estraneo che ha invaso casa altrui, penso che in quella via di solito non ci passa nessuno e gli farà strano vedere un non greco che vi si aggira la mattina presto. Gli passo davanti e me ne vado. Domani passerò da un’altra parte.

 

Giorno 83: Li vedi ma non sai come chiamarli: i sahnisi di Rethymno

Passeggiando per la città vecchia di Rethymno ogni tanto li incontri. Quando meno te l’aspetti si sporgono oltre le case veneziane, come per ricordare al passante che la città non è stata solo sotto il controllo della Serenissima. I turchi hanno dominato l’isola per quasi 300 anni e i sahnisi di Rethymno stanno a dimostrarlo.

Alcuni sono stati restaurati, altri invece sono in rovina ma è indubbio che queste strutture in legno, aggettanti sulle strade, sono uno dei simboli della città. Basta alzare lo sguardo per notarli e la curiosità di vederli dall’interno, di capire com’è una casa con un sahnisi mi è venuta fin dalla prima sera. Purtroppo finora non sono riuscito a soddisfarla; mi sono accontentato, di tanto in tanto, di vedere i suoi inquilini seduti accanto alle finestre aperte, intenti ad osservare la strada sottostante dalla postazione privilegiata dei loro sahnisi.