Dal diario di viaggio: Interrail 2008

26/7/2008

Ore 19:13                                                                       EXETER – GLOBE BACKPACKERS HOSTEL

La luce di questa bella giornata continua ad entrare anche ora dalla finestra del nostro ostello. Una giornata soleggiata che ci ha permesso di iniziare al meglio il nostro viaggio: l’arrivo in Inghilterra è stato dolce.

Ieri abbiamo raggiunto il Great Western ed Exeter e, nonostante il cielo promettesse pioggia, secondo le fila di un Fato dichiaratamente dalla nostra parte, non una goccia è caduta sul Devon e l’arrivo all’ostello si è rivelato clamorosamente liscio: anche la nostra prenotazione era stata confermata.

La passeggiata serale ci ha fatto scoprire una città viva, con un vero centro (la piazza della maestosa cattedrale e i vicoli vicini), una città che ci ha convinto, insieme alla disponibilità di autobus per il Dartmoor, a rimanere un’altra notte.

La serata di ieri ha visto la subitanea coniazione del motto della vacanza: dopo il fin troppo rosoleo “This is Anfield” dello scorso anno, ieri si è consumato il cattolico “Dont’give up! Don’t garrison your side!”; una strofa di un gruppo di “rock-cattolico” (o catholic rock volendo) che suonava per il “Creation Day” all’interno della cattedrale.

Questo particolare ci ha veramente colpito: è vero che si tratta di una festa organizzata dalla chiesa (anche se non ne aveva minimamente le sembianze) ma da noi non avrebbero mai permesso di ambientare un concerto rockeggiante all’interno di una delle cattedrali più belle del Paese.

Abbiamo quindi riaperto i rapporti con la nostra guida gastronomica per l’Inghilterra, ovvero il supermercato Tesco e abbiamo fatto anche in tempo ad essere insultati dai soliti inglesi che, ubriachi, tornavano a casa in macchina.

Oggi, ossigenati dal “Don’t give up”, come due molle, incurante di una non semplice sveglia alle 7.20, abbiamo organizzato una “classic inter rail breakfast”, con latte e Mc Vities Digestive Milk Chocolate, e ci siamo diretti a Moretonhampstead, nel Dartmoor National Park.

Preso un pratico opuscolo che indicava i sentieri che partivano dal paese, abbiamo attraversato prati, pascoli e boschi per arrivare ad un ponte del XVI secolo, invaso però da turisti che giungevano dalla vicina strada: ecco perché il sentiero era vuoto!

Il percorso era abbastanza lungo (11 km) ma, dopo il pranzo alle 13 lungo le sponde rocciose del fiume Teign, abbiamo coperto il tragitto del ritorno molto velocemente.

C’è da sottolineare come non bisogna associare il path inglese al nostro sentiero alpino. Le passeggiate, nel primo caso, si dispiegano in ambienti e con modalità diverse rispetto ad un tragitto verso un rifugio su una vetta. Anche questi percorsi inglesi hanno il loro fascino, basta avere in testa molto chiaramente che si tratta di una cosa radicalmente diversa. Qui si può fare per esempio campeggio libero ed esplorare ambienti diversi, come la brughiera: oppure ci si può ritrovare in una situazione strana, come è capitato a noi oggi. Devi passare, scavalcando i cancelletti di legno che delimitano i campi, da un pascolo all’altro. In un campo ci possono essere covoni di fieno ordinatamente disposti, in altri invece ci si può trovare un buon numero di enormi muccoidi, che ti guardano, ti fissano attentamente, con timore e aspettano la tua prossima mossa. Magari si accatastano anche intorno al cancelletto, cosicché sei costretto ad avanzare sperando che si spostino e non si arrabbino. Capita anche questo nel Dartmoor National Park, e ciò non fa altro che colorare di un episodio diverso, prima la giornata odierna e quindi l’intero viaggio.

Il prossimo passo sarà cucinare la bistecca di maiale nella sempre affollata cucina dell’ostello mentre penso che più tardi usciremo per vedere come vanno i sabato sera qui a Exeter.


28/07/2008

Ore 20:35                                                                                                  PENZANCE BACKPACKERS

Vivere stagioni diverse all’interno della stessa giornata. Forse non mi era mai capitato.

E’ successo oggi, qui in Cornovaglia: siamo passati dai bagnanti inglesi sulle spiagge di St. Ives, simbolo dell’estate, alla pioggia dirompente di St. Just e Land’s End, che ci ha fatto realmente sembrare di essere in pieno inverno.

Cornovaglia a due facce quindi; facce che però si adattavano bene ai luoghi.

St. Ives, porto di pescatori, luogo di artisti e di villeggiatura si è presentato più compiutamente sotto greggi di nuvole e una luce soffusa.

 

Gli interrailers a St. Ives

St. Just, paese più all’interno, si è accostato ai nostri occhi prima sotto una fitta coltre di nuvole nere, poi sotto una pioggia scrosciante che, come i bambini del luogo, ci ha costretto a rifugiarci nella biblioteca comunale (siamo ancora senza ombrelli!).

A Land’s End siamo arrivati già consapevoli di quello che ci attendeva: Roso ha anche esitato, scendiamo o no?, ma ormai eravamo lì, niente mordi e fuggi. Nonostante la pioggia perpetua, e anzi proprio perché erano queste le condizioni climatiche, il Land’s End andava toccato.

Già avevamo avuto un antipasto transitando con l’autobus a Sennon Cove: incuranti della pioggia battente, una ventina di persone in muta da sub, volendo vivere da protagonisti una scena epica, faceva il bagno sulla bianca e amplissima spiaggia locale, una spiaggia resa ancora più viva dalle condizioni atmosferiche; dietro le solite scogliere. Una visione quasi primordiale che ha riscosso l’ammirazione di Roso.

A Land’s End il primo approccio è stato duro: sapevamo del parco giochi allestito in prossimità del capo, e ciò che abbiamo visto ha confermato quel che già di orrendo avevamo immaginato.

Superata l’indescrivibile costruzione (che, per giustizia, bisogna però dire che ci ha coperto dalla pioggia), siamo giunti, seguendo un sentierino, sull’ultimo lembo occidentale di terra inglese.

Nonostante la fretta in cui si è svolta la nostra visita (pioggia e vento non consentivano altrimenti), la cosa che mi ha colpito non è stata la tanto pubblicizzata posizione del luogo (se ci gira a nord Cape Cornwall sembra essere più a ovest), quanto il fatto che quel luogo rappresenta pienamente la Cornovaglia, o perlomeno l’idea che me ne sono fatto io tra ieri e oggi. Vi è racchiuso il popolo di pescatori e marinai, nel faro delle tre isolette che gli stanno di fronte; vi è racchiusa la difficoltà di portare avanti questa vita: la costa rocciosa, dalle forme più strane e mirabolanti, che ha portato a moltissimi naufragi; vi è testimoniata la debole identità Cornish: gli inglesi hanno costruito anche in questo punto e vi continuano imperterriti ad arrivare, in macchina, in moto, in bici, come abbiamo potuto vedere oggi.

Gli inglesi sono dunque attirati da questo luogo e da questa regione che, per la maggiorparte, vive del turismo interno.

Probabilmente ai Cornishes va bene così: noi, essendo al margine del discorso (non siamo né Cornish, tantomeno inglesi), ci siamo limitati a visitare e ammirare.

Oggi è stata la volta anche di una nuova esperienza: l’autobus n°300, da St. Ives a St. Just era open air: si open air, ma sotto la pioggia. Noi, viaggiatori che siamo venuti fin qui per vedere la Cornovaglia, l’abbiamo vista senza il vetro in mezzo e con la pioggia addosso. In questo modo ci si sente più in mezzo al paesaggio, si capiscono meglio le pene degli sventurati, e un po’ incoscienti, campeggiatori della zona e, talvolta, può anche capitare di sentire un ramo in testa, visto che gli alberi arrivano fin sulla strada (ma fortunatamente a noi non è capitato).

Questa volta il viaggio in autobus mi è piaciuto: siamo passati in mezzo a quasi tutti i paesini a ovest di Penzance; abbiamo visto bei panorami; siamo riusciti a vedere tutta la Cornovaglia, cogliendone in pieno lo spirito. Senza l’organizzatissima First avremmo visto davvero poco.

Domani ne approfitteremo ancora per spostarci a St. Micheal Mount e, mantenendo sempre la base qui, in questo ostello a Penzance, decidere, in base al tempo, se visitare Porhcurno o Truro.

Sperando finalmente di riuscire ad ottenere degli ombrelli.


30/7/2008

Ore 19.20                                                                                                    COVERACK – YHA HOSTEL

La finestra enorme con vista sulla Manica che sbatte le sue onde sulla rocciosa costa della Cornovaglia è innegabilmente una delle tante immagini che mi rimarranno impresse di questo viaggio. Questa però penso sia speciale: come due scrittori ottocenteschi io e Roso, occhi avanti e penna in mano.

Non ci aspettavamo questo bel regalo da Coverack, soprattutto dopo l’ora di attesa a Helston, dinanzi al pur sempre fedele Tesco, vedendo svanire la possibilità di arrivare a Lizard Point. Ma ancora una volta abbiamo sperimentato come le sorprese siano più grandi quando non te le aspetti e già il viaggio in autobus di un’ora verso il paese ci poteva presagire di aver fatto una scelta giusta. Un tragitto tra piccoli paesi, case perse nei boschi rigogliosi all’interno dei quali transitavamo sempre col fiato in gola, sia perché ammutoliti da ciò che le goccioline di pioggia sul finestrino lasciavano filtrare verso i nostri occhi, sia perché ad ogni curva si rischiava un frontale con un altro mezzo che percorreva la strada, esageratamente minuscola, in senso opposto.

Coverack ci si è presentato come un paesino di pescatori e surfisti che, a parte due-tre case con i classici tetti in paglia, non ha niente di speciale. E’ la sua posizione che lo rende originale e apprezzabile: si trova infatti sulla punta di un promontorio dal quale si aprono due baie. Una è rimasta selvaggia (ed è quella che noi vediamo dalla finestra), mentre l’altra ha subito l’invasione del paese e dei surfisti, data una spiaggia più ampia e la presenza della strada.

Noi abbiamo deciso di esplorare queste due baie attraverso il sentiero costiero: alla fine della baia selvaggia si trova un altro promontorio che digrada sul mare con in cima un cliff fort di epoca preistorica; dall’altra parte si susseguono, alla fine delle villette inglesi, luoghi di naufragio, saline preistoriche e, girato un capo, una cava di pietra (gabbro per l’esattezza).

Ora, docciati e in procinto di cibarsi con una rinvigorente pasta al tonno, non possiamo che essere soddisfatti della giornata. Più tardi dovremo programmare quella di domani: obiettivo Tintagel ma, anche lì, non è facile arrivare: dovremo far diversi cambi tra treno e autobus, l’intenzione di riuscirci però c’è tutta.

Per stanotte sarà bello addormentarsi con il suono delle onde che attaccano gli scogli, sperando che vento e pioggia non siano soverchianti.

Pillole: ieri abbiamo finalmente utilizzato gli ombrelli e, a Penzance, mi sono dimenticato di annotare che è stato Roso ad occuparsi personalmente della cottura della beef-steak, penso sia la sua prima.


2/8/2008

Ore 19:58                                                                                                         LONDON – HYDE PARK

Il sole del cielo londinese illumina l’erba di Hyde Park: una giornata stupenda la nostra prima nella capitale inglese. Il parco è solcato da moltissime persone, che portano avanti le attività più diverse: c’è chi si riposa, chi corre, chi pattina, chi gioca; ci sono i turisti come noi, che si prendono un po’ di aria pulita dopo il lungo girovagare per le trafficate vie della City.

Attraversando il Tamigi e precorrendo le grandi vie con i palazzi vittoriani, guardando attraverso il cancello la sorvegliata Downing Street, sedendo a Trafalgar Square e a Piccadilly Circus, mi sono accorto di ricordarmi bene Londra, visitata per la prima volta cinque anni fa.

Ad Hyde Park invece non ero mai stato e questo parco enorme, con il suo fiume all’interno, un parco vivo, pieno di gente che fa qualcosa è una sorta di parco dei sogni, un parco che chiunque vorrebbe avere nella propria città. Qui gli abitanti di una capitale attiva 24 ore al giorno, possono trovare spazio per i loro pensieri. E, a quanto si può vedere da qualsiasi mappa, questo è solo uno dei parchi. Tra poco dovremo alzarci per andare a cercare qualcosa da metterci sotto i denti.

 

Hyde park and me

La sostanziosa colazione della signora è durata fino alle 16 ed è stato un bene, dato che prima non avremmo avuto tempo di mangiare.

Il viaggio in treno è stato dapprima agevolato dal marito della signora che ci ha portato con il furgone fino alla stazione (io stavo dietro nel bagagliaio, Roso si è sbagliato e stava per entrare nel posto dell’autista); successivamente abbiamo dovuto aspettare fino a Plymouth per sederci, quello di oggi, almeno nel suo primo tratto, è stato il treno inglese più affollato sul quale abbiamo viaggiato.

Altri problemi sono giunti al passaggio in metropolitana: una parte della linea “Circle” era infatti chiusa, noi non ce ne siamo accorti subito, così abbiamo dovuto fare un  po’ di giri per arrivare all’ostello. Il “Journey London Eye” si trova molto vicino a Westminster, dall’altra parte del Tamigi. Il quartiere sembra abitato prevalentemente da neri, ma oggi almeno sembrava benestante e tranquillo. Speriamo di confermare questa versione stasera al ritorno. Il commesso era simpatico e di capiva tutto quello che diceva: classica la battuta “Ah siete due fratelli: allora la mamma paga il doppio!” L’ostello non sembra male; per Roso subito la notizia non gradita di un italiano e degli spagnoli in camera ma, in compenso, abbiamo la colazione pagata. Ma non abbandoneremo definitivamente i Mc Vities; già negli ultimi due giorni ne abbiamo fatto a meno.

Roso si è comunque rifatto con il secondo tempo di Arsenal-Juve (0-1), visto in un enorme pub sportivo londinese con minimo venti televisori che proiettavano tutti la partita. Da una parte è stato meglio non avere i biglietti, non penso avremmo fatto in tempo, siamo arrivati alle 4. Domani ci dovremmo incontrare con Federico, non sappiamo ancora dove. Per il momento ricominciamo a percorrere la strada (lunga!) verso l’ostello, cercando qualcosa per cena.

Pillole: le scarpe, sfruttando il sole londinese, si sono finalmente asciugate. La signora del B and B è stata contenta di vedere i nostri piatti puliti questa mattina, dopo colazione. Roso gira orgoglioso per Londra con la magia di Pavel, sperando di incrociarlo.

 

 

Il ritorno dell’interrailer

Finalmente questo blog riprende a vivere!!! L’università richiede tempo, scrivo qualcosa quando non ho niente da fare… come ora. Siena è ancora mezza vuota in quest’inizio di settembre, ho appena concluso gli esami avendo espletato anche la pallosa pratica di geografia con un 30 e lode da battaglia che ricorda l’ultima vittoria della Juve sul Cagliari per 3-2!!
Per variare un pò il blog, ho pensato di rendere pubblici al mondo, per la prima volta in esclusiva, alcuni frammenti di diario di viaggio dell’ultimo inter-rail, quelli, secondo la mia opinione, meglio scritti e simpatici…
Il primo è una sorta di manifesto del mio viaggiare, il resto descrizioni personali di alcuni dei posti visitati… Buon divertimento!!!
(per eventuali altre informazioni sul viaggio chiedere di persona o scrivere a cioschi@gmail.com)

STESO SU UN LETTO DI OSTELLO

21/07/2007

ore 20:46 STIRLING – WILLIE WALLACE BACKPACKER HOSTEL

Stare steso sul letto a castello, in un ostello, con una grossa vetrata davanti a te da cui entra la luce del giorno scozzese nonostante le nubi; stare stesi su un letto a castello a pensare, con una penna in mano e una musica adatta nelle orecchie (tipo Mark Knopfler), è qualcosa di unico, di giovane, una di quelle sensazioni che dicono “si, così sei te stesso, è questo che sei veramente, la parte più vera di te”. Forse è proprio così, forse è solo un gioco mentale a cui è bello giocare, giocare e rigiocare continuamente, ma il fatto è che non importa se la finestra da su una strada trafficata, su colline verdi con pecore che pascolano o su una nuda e grigia fabbrica. Il viaggiatore e qualunque altra persona dovrebbe sapere che quel che conta è come si vivono le situazioni al proprio interno, davanti ci può essere qualunque cosa, dalla prima meraviglia del mondo alla schifezza più allucinante. Decisivo è anche riuscire ad avere di più da una certa situazione vivendola insieme agli amici o alla persona che si trova a farti compagnia al momento. Sembra una cosa spontanea, che deve venire per forza, per inerzia, ma non è così. Spesso questa è una cosa che mi è mancata.

L’ultimo periodo a Siena però mi ha fatto capire che se sono io il primo a stare bene con me stesso, allora perlomeno viene molto più facile stare bene con gli altri e farli stare bene a loro volta.

Stare steso su un letto legnoso di ostello mi fa ritrovare il me stesso di ora, dei ventuno anni che ho sulle spalle, scacciando la spossatezza mentale del me stesso che sarò tra venti, trenta e più anni, e la totale spensieratezza del bambino che sono stato. E quando si ritrova il giusto se stesso, allora e solo allora si riesce a stare bene con se stessi, senza aver l’impressione di aver conti in sospeso, con il tempo più che altro…

Come se ogni periodo della vita fosse un pezzo di un puzzle, che deve essere inserito in un punto preciso, a seconda della sua forma ma anche a seconda di ciò che è rappresentato sulla sua faccia. Se per forma sembra entrare ma la rappresentazione non c’entra nulla o viceversa, allora vuol dire che si è sicuramente sbagliato qualcosa… e non resta che riprovare!! Prima o poi si riuscirà! L’importante è non accontentarsi!!

Niente è regalato, bisogna conquistarsi ciò che si desidera… e riprovare finché non si riesce… come un Pavel che non si arrende mai, che si rialza sempre dopo un brutto intervento di un avversario, come un Alessandro che, fosse stato per lui, si sarebbe fermato solo davanti all’Oceano. Ma, come detto prima, certe volte le cose vanno fatte insieme. Gli Altri non sono semplici comparse nella propria vita; o meglio, lo possono essere, ma di solito i personaggi sono più interessanti delle comparse. E allora perché non fare, perlomeno delle comparse che ci sembrano più interessanti, dei personaggi? Il viaggio serve anche per cercare il giusto se stesso, talvolta quasi per crearlo, altre volte ancora per riportarlo alla luce, risvegliarlo, sepolto sotto una valanga di giorni vuoti.

Talvolta si scopre invece che il nostro se stesso è sempre lì, tenuto gelosamente in un angolo, che non aspetta altro che l’occasione giusta per essere chiamato in causa. Come quando l’arbitro fa l’appello negli spogliatoi e ci si sente già in campo; come quando il treno viaggia sulle rotaie all’inizio di un viaggio e non pensi a niente perché sai già quello che penseresti; come quando stai steso su un letto dell’ostello e sei sicuro di essere te stesso.


UN TEDESCO PERICOLOSO

22/7/2007

Ore 23:06                                                                          INVERNESS STUDENT HOSTEL

Pantaloni beige, t-shirt arancione con disegni di una fiamma sui bordi, faccia di forma allungata, occhiali alla professore, attaccatura dei capelli, castani, molto alta, di statura elevata; tedesco.

Roso l’ha individuato; senza dubbi. E’ lui la fonte del misterioso quanto maleodorante odore che si è diffuso in ogni angolo della nostra stanza. E lo sta maledicendo ad alta voce in italiano, tanto è tedesco, non capisce. Avrà 30-35 anni, ciuffo ribelle, ciclista.

I tipi come lui sono i più pericolosi, i più difficili da domare. La finestra l’ho aperta, spero che l’odore se ne vada. In tempo e definitivamente, visto che sembra aver concluso la lettura del suo libro questa sera e se ne sta tornando in camera. Come un attento cane da tartufo, fiuterà l’aria e si accorgerà che il suo odore, con il quale aveva marcato il territorio, si è volatilizzato e quindi, trovata la finestra aperta, la chiuderà e si chiederà chi gli ha giocato questo brutto scherzo. La sua meccanica mente da tedesco di razza gli suggerirà che di solito sono i più giovani a mettere i bastoni fra le ruote ai più esperti e disciplinati. Quindi, nella sua testa, scatterà un turbinio di ricordi. Richiamerà alla memoria i tempi in cui, giovane, sbarbatello e brufoloso fu arruolato nell’esercito germanico, lì dove lui, studente si disciplinato ma poco sveglio, subì le uniche ma devastanti punizioni della sua vita. E allora, dopo tanti anni,  ricordando quelle umiliazioni, lui, ragazzo modello, trattato così miseramente, perché non vendicarsi, non per faida ma per far capire chi è il più furbo, su due spensierati ragazzi italiani? Maledetten Italianen!!

Chissà che sorpresa ci starà preparando laggiù, nei sotterranei dell’ostello, lui, genio incompreso!!!!

Roso è pronto alla battaglia: “Restiamo umili!” dice, predicando come solo Pavel predica, la sua guida, la sua unica luce. Basterà a rischiarare le tenebre, la pesante atmosfera alimentata dal barbarico germano?!
La legione si prepara all’imminente scontro!!


ORCADI

25/7/2007

Ore 22:10                                                         STROMNESS – HAMNAVOE HOSTEL

Chissà se questa notte il sole, spuntato dopo la pioggia, scomparirà completamente o il cielo, come succede quando si è molto a nord, rimarrà sempre un po’ illuminato? Prima di andare a dormire devo ricordarmi di guardarci… devo sapere se sono arrivato abbastanza a nord o se devo cercare di fare di meglio!

A parte questo, stasera ho tastato con i miei occhi quanto sia fuorviante vedere i posti con condizioni meteorologiche differenti, più che altro con o senza sole. Al nostro arrivo Stromness si è definita ai miei occhi come una città piuttosto piatta, quasi nera, senza interessi. Invece questa sera si è rivelata diversa, la luce del sole ha fatto cambiare l’apparenza. Le colline nel limbo di isola davanti all’ostello erano illuminate, le pecore e i prati quasi avidi di una luce piena che qui penso si veda poche volte; dall’altra parte dell’insenatura i raggi solari incrociavano invece le più alte e ripide colline di Hoy, l’isola davanti a Mainland. Queste sembravano quasi riflettere la luce su Stromness e sul mare, dal visivo sapore d’argento in un posto in cui non ci si aspetterebbe di veder riflesso niente, così a nord mi aspettavo un mare quasi come un muro di ombre.

 

 

Orcadi


Con una foschia che si mischiava a nuvole rosa in lontananza, il posto ha assunto tutto un altro carattere, stupendo sia me e Roso che Tom; sembrava di essere in un posto che aveva di riflesso tutto ciò, tutti i caratteri del resto del mondo, ma, allo stesso tempo, di distaccarsene, di essere diverso.

E allora mi chiedo, non posso non farlo, se tutti i posti visitati finora in Scozia, visti con il sole, mi sarebbero apparsi più vivi, meno piatti, soprattutto con un’altra atmosfera, più gioiosa, soprattutto Edimburgo, dove le nuvole e lo sferzante vento hanno cercato di rovinare la nomea di cui godeva la città presso di noi. In effetti non posso non fare caso al fatto che tutti i posti visti erano belli, ma a tutti loro, a parte il Loch Ness, forse, mancava un po’ di atmosfera. Spero che nei prossimi giorni il sole faccia più capolino da questa parti, anche se le alluvionali piogge inglesi in questo periodo farebbero presumere il contrario.

Stasera è stata anche bella per la chiacchierata in un anglo-americano arrangiato, con Tom, che si è rivelato essere un simpatico e tranquillo compagnone, pronto a discutere di un po’ di tutto, anche se, alla fine, si è parlato quasi sempre di viaggi. Comunque devo dire che il mio inglese ha retto bene, ma resto comunque sulla sufficienza. Quando parlava lui ho quasi sempre capito quello che voleva dire, quasi mai ho capito tutte le parole, solo due volte non capito niente del discorso che stava facendo. Anche Roso, rispetto alle parole – monofase dell’anno scorso, è migliorato: ora perlomeno cerca di mettere insieme una frase di senso compiuto, anche se molte volte dimentica il soggetto. Purtroppo però il delirio del telecronista di Sky Nicola Roggiero lo sta agguantando sempre più, ogni tanto prende e urla nomi di calciatori a me sconosciuti, ormai in ogni occasione, anche in presenza di altri. Oggi l’inglese nella sala dell’ostello avrà pensato che stava male. Bè, è ora di andare a riposare, domani ci aspetta un altro giorno di quelli tosti, le Standing Stones ci aspettano!


SALUTO ALLE HIGHLANDS

1/08/2007

Ore 12:55                                                                                      TRENO PER GLASGOW

Accanto a me, fuori dal finestrino, un azzurro lago circondato da possenti, verdi colline. Qui, nella zona di Fort William, poche pecore, nessuna casa, prati incontaminati a perdita d’occhio. Penso stiamo viaggiando in una delle zone più sperdute della Scozia, highlands al quadrato insomma.

Molto suggestivo è vedere queste vallate e le colline che le circondano colorate, illuminate a chiazze da sole e nubi, presenti sempre insieme nel cielo. Sembra quasi di esser catapultati in un’era primordiale, in uno di quei film tipo “2001: Odissea nello spazio”.

Questo è il nostro ultimo tragitto in treno tra le highlands, visto che da Glasgow scenderemo poi in Inghilterra. Non so se siamo riusciti in pieno ad afferrare il fuggente e nascosto spirito di queste terre, dato che non ci è capitata l’occasione di vagabondare, senza meta, tra queste colline. Però penso che, perlomeno parte di questo spirito, sia possibile percepirlo semplicemente passando in mezzo ad esse in treno, non facendo altro che guardare fuori dal finestrino e vedere, per chilometri, chilometri e chilometri, le stesse colline, gli stessi prati, le stesse pecore.

Se gli highlander esistano ancora, questa è un’altra questione, di più difficile risoluzione. Probabilmente fisicamente non esistono più, ma il loro spirito penso sia insito in ogni scozzese, da Edimburgo a Thurso, nella sua identità.

 

Highlands


In questa parte sperduta di Scozia le highlands ti appaiono come te le aspettavi: verdi ma grigie; con prati selvaggi ma che allo stesso tempo sembrano curati dalla natura; ogni tanto qualche bosco di conifere che non sai perché sbuca in mezzo a tanta marea di prati ma vedi che lì ci sta bene; un cielo come collage infinito di nuvole che sembrano immobili e rivoli di sole che riescono, di tanto in tanto, a far si che la monotona morfologia di queste terre non si rifletta anche nel trascorrere delle ore del giorno e delle varie stagioni.

Poi ti accorgi che in queste highlands, tanto verdi quanto ampie, c’è spazio anche per te stesso, viaggiatore che cerchi di sottrargli segreti: è infatti divertente cercare di colorare di immagini proprie questi infiniti prati monocolore, magari pensando che dietro una delle tante valli, arroccato in un posto inaccessibile (e ce ne sono molti!), si erga il castello degli antenati di Zio Paperone, scozzese di nascita e di cuore. Guardando laghi incontaminati e alte colline sullo sfondo, ancora paperetto ma già con basette e cilindro, alla ricerca di pepite d’oro in questi luoghi sperduti e sempre uguali a se stessi.


SUL VALLO DI ADRIANO

2/08/2007

Ore 21:29                                                                           ONCE BREWED – YHA HOSTEL

A poche centinaia di yarde dal nostro ostello, il Vallo di Adriano è ancora illuminato dalla luce del sole già tramontato.

Un muro che corre lungo i crinali delle ripide colline che collegano la costa ovest con quella est, nel punto più stretto della Gran Bretagna. Un muro che è disunito, che ha perso la sua funzione, che è attaccato non più da nemici, Pitti, Scoti o Caledoni che erano, ma da altri muri, anzi muretti, costruiti proprio dai discendenti dei Pitti, degli Scoti e dei Caledoni.

 

 

Il vallo di Adriano

Il muro oggi ha bisogno di luce. Ha bisogno di distinguersi da tutti gli altri muretti, nati per funzioni indegne (vuoi mettere difendere un impero dal fare in modo che le pecore non escano), muretti che lo sfruttano, per appogiarglisi contro, o come lato del loro perimetro.

Il muro ha bisogno di luce, ma è allo stesso tempo consapevole di avere una bellezza intrinseca, che gli altri muretti non hanno, e che deriva dai quasi 2000 anni di storia che si porta addosso, che si porta sulla malta con la quale le sue pietre stanno ancora attaccate l’una all’altra. E’ un muro che ha vissuto e che è stato vissuto; il vento che spira su questi crinali è freddo ora, chissà quei poveri legionari, chiusi nelle loro torrette, d’inverno.

Un muro che diversificava, che divideva ma anche un muro che univa due mondi, un muro intorno al quale è nato un nuovo mondo.

Il muro che diversificava, che divideva è il muro dei romani civilizzati da una parte e i Pitti, Caledoni barbari dall’altra, un confine tra un impero e delle tribù.

Il muro che univa è il muro che regolava e permetteva di avere pacifici scambi commerciali con i barbari stessi. E’ intorno a questo muro che sono nati i primi passaporti.

Il muro che crea un nuovo mondo è quel muro che ha incentivato i rapporti tra i diversi popoli che abitavano le sue opposte fondamenta, che ha portato all’allargamento dei forti, prima solamente militari, in grandi villaggi. E’ il muro che ha dato il là alla formazione di quella civiltà romano – barbarica che seguirà la caduta dell’impero.

Oggi reclama e svela allo stesso tempo la sua importanza, il suo blasone, consegnandoci la sua enorme memoria storica attraverso lunghe passeggiate tra panorami inaspettati e saliscendi mozzafiato, lasciandoci la possibilità unica di poter immaginare, in luoghi praticamente incontaminati dal tempo dei romani, come si svolgeva la vita del legionario, dell’eques di frontiera, come poteva essere vedersi venire addosso una marea di Scoti assatanati, cosa poteva voler dire solitudine e noia un freddo e piovoso giorno d’inverno in una torretta ad aspettare che un nulla di barbari e nebbia attaccasse la tua postazione.

Io oggi ho cercato di farlo, anche se la forte densità di pecore non faceva altro che trasmettere l’idea di tranquillità, non di una frontiera militare. Pecore che, ad un certo punto, al calar del sole, erano tutte ferme, non una si muoveva, e sembravano così far parte di uno di quei quadri romantici di metà ‘800, con rovine antiche da una parte, a ricordo di una gloriosa vita passata e immagini di vita contadina, a testimonianza del decaduto presente.

Noi, alla ricerca di una via di mezzo tra l’una e l’altro, siamo sorvolati sul nostro passato e sul nostro presente, incerti sul futuro, con il muro che, sempre presente al nostro fianco, ci si dispiegava come un’infinita linea del tempo nella quale inserire i nostri ricordi e come un amico che percorreva, tra i secoli e tra le colline, la nostra stessa strada.