Camminare sul Monte Gemmo

Che oggi il ginocchio destro sia dolorante non importa molto. L’escursione sul Monte Gemmo è stata più della boccata d’aria e della semplice camminata domenicale che mi aspettavo. Ha iniziato a regalare panorami d’altri mondi e d’altre epoche sin dalla partenza, con il paesino di Castel S. Maria immerso nella foschia mattutina. Una volta sulla cima del monte tutto il bianco era scomparso e la visuale spaziava dal M. Catria fino a Camerino ed oltre, con le trame ed i colori dei campi che facevano da sfondo. In quota prati verdi, pecore e cani, le Marche ed il suo Appennino che sembravano le Alpi.

Un percorso (che trovate qui) per cui è valsa la pena sudare in una bella giornata marchigiana di fine ottobre.

Ferragosto 2011: sulla via per le Lame Rosse sul lago di Fiastra

Due turisti nella solitudine dell’Abbazia di Fiastra dopo la messa di Ferragosto irrompono nel bel chiostro accanto alla chiesa. Solo pochi secondi e il misso circestense ci raggiunge e con voce pacifica (?) ci ricorda che il chiostro sarebbe chiuso ma visto che siamo nella casa del Signore e lui è buono e caro dice di far finta di non aver visto nulla e si dilegua lungo il lato opposto al nostro, come uno spirito. Julie non si fa scrupoli; appena scomparso dalla nostra vista mi invita a fotografare il chiostro, tanto non è che ci mettiamo in posa. Leggiamo qualcosa sul riutilizzo dei capitelli ionici di Urbisaglia nella costruzione della chiesa, togliamo la catena del chiostro e usciamo con le ultime forze rimaste.

Chiostro dell'Abbazia di Fiastra

Questo è stato solo l’ultimo atto della giornata odierna, trascorsa tra le montagne intorno al lago di Fiastra, alla ricerca di una sponda libera (e ombreggiata) e successivamente delle Lame Rosse, formazione rocciosa che ricorda da vicino i canyon del Coyote e di Beep-beep.

Marco Grilli, che ci ha invitato insieme a Claudio a questa gita, ha organizzato la giornata in maniera ineccepibile e questo si è visto fin dalla partenza, quando ci ha consegnato un foglietto che si intitolava “Itinerario” (sulla scia del più noto Itinerarium Antonini). Finito subito tra le mani di Julie, ci avrebbe dovuto guidare nel caso ci fossimo persi lungo la strada: la cosa divertente è che, da buon filologo, lo stile dello scritto si avvicinava moltissimo a quella di una versione di latino o greco, ad una sorta di Pausania. “La strada continua verso Serra S. Quirico, segue verso Albacina, Cerreto e Matelica, attraversando la valle e giungendo fino al colle di Camerino.” (citazione indiretta purtroppo, il foglio non so dove sia finito). Una guida dallo stile indistinguibile comunque.

Al lago abbiamo dovuto combattere con la folla ferragostana, accaparrandoci l’ultimo lembo d’ombra della sponda est che potesse coprire il nostro gruppo numeroso. Marco, Claudio, Perseo, Mattia, Riccà e Costanza, Sara, Silvia, io e Julie. Pesante l’assenza del Grilli Maggiore, avrebbe portato il tocco di demenza in più che ci avrebbe fatto fare il salto di qualità. L’addio alla partenza era stato denso di rimpianti… Grilli Minore si è comunque distinto anche nella pars umoristica oltre che in quella logistica della giornata, cercando di far sentire meno la mancanza del fratello maggiore. Da ricordare la sua verve polemica su alcuni telefilm polizieschi della televisione e il racconto, denso di pathos, delle eroiche gesta del fratello in aiuto del suo owner, per il quale disponiamo di una testimonianza video.

Dopo un frugale pasto a base di panini (al contrario di Marco, novello Eta Beta, che era riuscito ad inserire tutta la cucina di casa Grilli nel suo frigo da campo) e scongiurato il rischio pioggia, ci incamminiamo lungo il sentiero per le Lame Rosse una volta scattate le foto di rito. Nonostante una pendenza costante e una falsa notizia di una fontanella da cui avremmo potuto attingere acqua fresca (resteremo invece a secco fino al ritorno, nonostante inquietanti cartelli presagissero pericoli idrici), il gruppo arriva al completo alla meta.

Strani segnali di pericolo

Queste formazioni rocciose risvegliano il nostro spirito esplorativo così, non paghi della dura camminata, ognuno cerca il suo canyon da esplorare. A breve il divertimento maggiore diventa quello di scendere la ripida sassaia facendo scivolare gli scarponi, e anche la solitamente prudente Julie si lascia andare a movimenti acrobatici in questa bella cornice naturale.

Le Lame Rosse

Dopo una pausa di riflessioni e di cibo, ci ritiriamo soddisfatti verso il sottobosco del sentiero e da lì, in 45 minuti, alle macchine. Io e Julie salutiamo gli altri, che riprendono la via del ritorno, e facciamo il nostro salto all’Abbazia.

Una bella giornata in montagna ci voleva dopo un’estate di studio, scavi e mare.

Dal diario di viaggio: Cipro 2010

FAMAGOSTA

7/3/2010

ore 19.08                                                                                                                                NICOSIA

A Famagosta cumuli di passato si intrecciano con un presente tutt’altro che affrancato e consapevole di quello che è stato. La città lascia sensazioni di grandezza misti ad una decadenza voluta ed evitabile che le imprime una depressione senza fondo e un destino che sa di non ritorno. Così parla il passato, con i forti contrasti cromatici delle pietre delle innumerevoli chiese scoperchiate sull’azzurro cielo cipriota, e così continua a raccontare il presente, segregato, obliterato, da qualcuno dimenticato nel quartiere volutamente deserto di Varosha. Grandezza e depressione, durevolezza e peccato entrano nell’anima del visitatore senza chiedere permesso, visto che loro qui sono di casa e non hanno la minima intenzione di andarsene, mentre il visitatore è solo uno dei tanti di passaggio e non può sottrarsi alla radiosa angoscia di Famagosta, riversata nelle strade dai suoi edifici e dalle sue rovine, presente in ogni suo anfratto.

Famagosta

 

Arrivando a Famagosta, le mure veneziane nascondono nella loro quasi intoccata integrità quello che contengono all’interno. Le mura danno la forma alla città e ne sono il simbolo più famoso, tanto da essere paragonate a quelle di Costantinopoli. Camminando intorno ad esse o sostando su una delle molte torri, la prima impressione che se trae è di una ricercata solidità, che le fa apparire anche un po’ tozze, a discapito dell’estetica architettonica. Queste mura tennero impegnato per dieci mesi di estenuante assedio l’esercito ottomano, il più potente del XVI secolo, prima che uno dei suoi bastioni, il Rivellino, capitolasse sotto i colpi dell’artiglieria turca. La città sono le sue mura, si dice di solito in questi casi. Ma dalle mura si ha anche e soprattutto un punto di vista privilegiato sul resto e, fin da una prima occhiata, ci si accorge subito che in questo caso non sono solo le mura a simboleggiare la città. C’è un qualcosa di vicino, ma di più complesso che si coglie immediatamente. Dello stesso materiale delle mura, la pietra, sono composti i cumuli di passato sparsi per le vie, di cui dalle mura si vedono solo le vette. Lo strazio del gotico. Archi rampanti interrotti a metà, campanili troncati, vetrate infrante, portali murati. C’è un qualcosa altro che simboleggia la città, e sono le sue 365 chiese. La tradizione dice che ce ne fosse una per ogni giorno dell’anno. Il visitatore non le conta tutte, ma vagando per la città non può che finire per credere alla tradizione: se non sono 365 sono comunque una moltitudine. Di una moltitudine di chiese oggi di attive ce ne sono pochissime. La maggiorparte di loro si è spenta nel Giorno. Lo stesso giorno in cui il bastione Rivellino è capitolato, il primo di agosto del 1571. Da quel momento parte della città non è più cambiata e il viaggiatore se ne accorge. Troppo imponenti i resti di quel giorno, segni inconfondibili di un destino senza ritorno. La città turca, che è la città moderna, è sorta intorno allo scheletro del palazzo veneziano, intorno alla rigogliosa erba che cresce sui pavimenti delle antiche chiese, accanto agli strazi del gotico. Ma lo scheletro, i pavimenti (sotto l’erba ci sono ancora) e gli archi gotici sono ancora lì al loro posto, esattamente come nell’agosto 1571, dopo il saccheggio turco, come a voler ricordare quel triste giorno. Ironia della sorte, l’unica grande chiesa rimasta in piedi (seppure con i campanili moncati e con un minareto in più), la cattedrale di S. Nicola, è stata trasformata in moschea e intitolata a Lala Mustafa Pasha, il comandante dell’esercito turco, colui che non rispettò i patti presi con il governatore veneziano della città, massacrando gli ufficiali di S. Marco e la popolazione nonostante la resa. Bellezza e scherno in questa cattedrale moschea: l’albero che si staglia davanti alla facciata fin dal 1299 ha vissuto tutta la storia tormentata di Famagosta e anche lui, passato indenne l’assedio, c’è ancora, monumento naturale insieme agli altri di pietra. Dolente per il destino della sua città, rimpiangendo i fasti di un tempo, probabilmente non sa che all’esterno delle mura la storia si è ripetuta, non 500 anni fa ma solamente 36, e che altri alberi, come lui, hanno assistito ed assistono ancora oggi, l’accaduto. Un accaduto che rimarrà tale, forse indelebile ormai, nell’animo di molti greci oltre che nell’aspetto (decrepito come la sua sorte) della zona. Tavole imbandite, letti appena fatti, lavori lasciati a metà aspettano ancora il ritorno delle persone, dei vivi, in quella che è diventata una città dei morti, nel 1974. I greci scapparono di fronte all’arrivo dell’esercito turco, in tutta fretta, pensando di poter ritornare nel giro di poco. Quel poco è diventato 30 anni e le tavole, i letti, i lavori, sono rimasti al loro posto, senza una fine. La città dei morti, abbandonata anche dagli dei, è oggi abitata probabilmente solo da topi, serpi e insetti. Solo i legittimi proprietari sembrano non potere tornare, chiusi da un muro di filo spinato, sacchi di sabbia, sinistri cartelli rossi e dall’imperante vegetazione, oltre che da un esercito straniero.

Il ’74 ha portato quello che l’assedio non aveva fatto: l’abbandono degli uomini, uomini che impediscono ad altri di abitare in un certo luogo. Ma allora, anche per coloro che la fanno da padroni, vivere nei dintorni di una città di nulla diventa triste. Le mura della città sono lì da secoli, così come l’albero, irremovibili testimoni di eventi drammatici: la città delle 365 chiese è diventata un ammasso di 365 chiese e una città di uomini una città di morti. La bellezza architettonica delle mura e quella naturale dell’albero non possono compensare né restituire quello che gli uomini hanno tolto a Famagosta; possono solamente essere un punto da cui ripartire, cercando di cancellare il passato, alla ricerca di un destino diverso.

Dal diario di scavo: Gortina 2008

PARTENZA PER GORTINA

21/06/2008

Ore 11:32                                                                    SOPRA LE NUVOLE ITALIANE

Il volo AP 4252 da Roma Fiumicino a Heraklion è finalmente decollato. Questa volta lo scopo del viaggio non è il solito tergiversare tra un luogo e un altro; lo spirito da interrailer  è ancora in letargo, penso lo risveglierò volentieri il mese prossimo.

Quello su cui mi trovo è un volo archeologico, direzione Gortina.

Fatto quanto inaspettato quanto gradito, sono stato convocato dal Prof. Zanini nella squadra che cercherà, scavando, di portare alla luce e far luce sulla storia, in particolare la bizantina, di questa antica città cretese.

Il mio sarà probabilmente un compito duro, di manodopera, come un difensore che deve sempre seguire l’attaccante avversario e lasciare ai centrocampisti più tecnici ed esperti il compito di creare gioco. Ma qualunque sarà il mio ruolo penso che la cosa più soddisfacente sia essere qui e far parte della squadra. E, soprattutto, scavare in Grecia.

Scavare in Grecia: un sogno che avevo fin da piccolo e che, quasi magicamente, in questo 2008 riesco ad avverare. So benissimo che il modus scavandi è uguali in tutti gli scavi, ma è lo scavare in tutti i posti che non lo è.

La Grecia, almeno per me, è il luogo topico per lo scavo. Quindi inizio questa esperienza con molto entusiasmo; spero solo che la stanchezza e il caldo non esauriscano in fretta le mie energie.

E il fatto che è in Grecia che andiamo a scavare che mi ha fatto propendere per scrivere sul diario di viaggio piuttosto che su quello “universitario”. Anche se stiamo fissi in un posto, il viaggio sarà quello della mia mente (e comunque nel fine settimana non sdegneremo le spiagge e il mare cretese, va bene essere platonici ma solo fino ad un certo punto).

Per quanto riguarda le informazioni tecniche, la scorsa notte io, Debora, Nina e Samanta abbiamo pernottato all’Hotel Acropoli, vicino a Roma Termini, visto che stamattina dovevamo essere a Fiumicino per le 8.30. La hall dell’albergo era quasi lussuosa, un’ostentazione esagerata che contrastava radicalmente con l’arredamento delle stanze, eufimisticamente spartano.

Da ricordare i calci di rigore di Croazia-Turchia, visti con il portiere dell’albergo, di non-identificata nazionalità, che, in un italiano confuso, cercava di spiegarmi lo svolgimento della partita. Inoltre ieri sera è stata la mia prima volta di un giro a Roma di notte: una sensazione straniante è stata vedere il Foro buio; infatti di notte non è illuminato e la coperta di oscurità sembrava proteggerlo, nasconderlo, seppur per poche ore, dagli occhi consumanti dei turisti.

Tra un’oretta dovremmo arrivare all’aeroporto di Heraklion, che gli altri mi descrivono come un posto desolato e abbandonato dagli dei. Poi penseremo al pranzo e ci sposteremo ad Agii Deka, il villaggio moderno sorto vicino a Gortina.

Intanto il bambino seduto accanto a me, guarda caso di nome Francesco, continua imperterrito a parlare, a richiedere al povero padre che, difficoltosamente, cerca di porre un freno all’iperattivo figlio.


INIZIA LA VITA GRECA

23/6/2008

Ore 11:46                                                                                                                 AGII DEKA

Chi nelle proprie stanze, chi sotto il portico, chi in laboratorio, gli archeologi sono ancora ai box. La situazione non si è ancora sbloccata: attendiamo il ritorno dei professori Zanini e Allegro e con loro le buone notizie, ovvero il sospirato permesso di scavo.

Stamattina abbiamo effettuato un sopralluogo sul sito e abbiamo trovato una distesa di cespugli carnivori che si stavano mangiando gli indifesi muri della città. Dovevano mantenerli puliti i greci che, evidentemente, hanno demandato a noi il compito.

E’ arrivato ora il prof. , distrutto da una mattinata di telefonate per il permesso. Ma almeno domani possiamo iniziare a pulire.

Questa mattina è arrivata anche Arghirò, la nostra cuoca greca. E’ una simpatica vecchina con il classico velo nero delle vecchine greche, e quando mi sono presentato mi ha immancabilmente riempito di baci. Da oggi sarà lei a preoccuparsi della nostra sopravvivenza a livello gastronomico. I suoi ingredienti preferiti sembrano essere cipolla e patate. Ma su questo riferirò più tardi, dopo il pasto.

Intanto ieri sono stato ufficialmente nominato Amministratore Unico dei Liquidi, carica comprendente la Cura Aquarum pro scavum e la Cura Nescafeis post scavum. La cerimonia si è svolta solennemente, con Zanini che mi ha passato il frullino sulle spalle. Successivamente è avvenuta la consegna della divisa ufficiale, la maglietta di Gortina, Quartiere Bizantino e il rito di iniziazione alla “Zelita”, una sorta di succo di banana dolcissimo di produzione greca, contenuto in lattina, rito a cui hanno atteso tutti i partecipanti lo scavo nei vari anni. Comunque sono riuscito a superarlo anch’io.

Ieri pomeriggio siamo stati al mare a Matala, posto turistico ma ugualmente caratteristico: la pioggia si trova tra due promontori rocciosi, su uno dei quali fu creata dai romani una necropoli. Ho nuotato fino alla metà di uno dei promontori, poi, sfruttando dei percorsi segnalati da scritte di turisti, l’ho risalito. In cima ho incontrato un ragazzino, Stavros di Heraklion che era contento di mostrarmi la strada per la discesa. Purtroppo non capiva bene l’inglese e la conversazione non si è protratta a lungo. Dalla cima del promontorio ho comunque potuto riassaporare in pieno il classico blu delle acque greche, un blu che non vedevo da molto tempo.

Con il tramonto greco che scendeva sul Mediterraneo sullo sfondo, ci siamo poi presi gyros e una Mythos in un bar di Matala, poi siamo tornati ad Agii Deka per seguire l’orrendo quarto di finale Spagna-Italia, che ha costretto a stare in piedi fino a mezzanotte e mezza, per poi subire la beffa ai rigori.

Fortunatamente da domani si va sullo scavo, dove riacquisiremo la nostra dimensione; in quella di abitanti di Agii Deka rischiamo di annoiarci.


28/6/2008

Ore 19:06                                                                     MATALA

Questi brevi excursus in spiagge colonizzate da turisti mi ricordano che siamo in estate.

Non che il clima sia invernale, ma è la mia vita estiva che è cambiata, già dall’anno scorso.

Ogni tanto ne sento la mancanza, ma è più un riemergere di un ricordo che una vera

necessità. Dopo una settimana di solo mare sarei annoiato. Certo qui a Creta il mare è

essenziale, ti rinfresca tutto il corpo, anche per archeologi come noi… che non hanno

ancora scavato! Ma già resistere a qualcosa come i 41° odierna è un’impresa, anche senza

far niente. Sento diverso anche il mio ruolo, qui sulla spiaggia: non sono né un turista, né

un viaggiatore, ma un lavoratore in cerca di un momento di svago, insieme ai suoi

colleghi. Poi se il luogo di svago è una mediterranea spiaggia cretese tutto di guadagnato.

Lo stanco sole pomeridiano che riflette la sua luce sul mare increspato dal vento, un

ombrellone a strisce bianco-azzurre, l’isoletta sullo sfondo formano un quadro d’insieme

che ha il sapore di Grecia e che mi fa sempre un gran piacere riassaggiare. Un sapore

d’estate che è intrinseco al luogo, due cose inscindibili, uno dei tanti caratteri della Grecia.

E a me passare da uno (l’archeologia) all’altro (il mare) non dispiace affatto.

 

Matala al tramonto


13/7/2008

Ore 17:40                                                                        LENDAS

E’ forse la prima volta che mi capita di vedere una lunga fila di tende direttamente sulla

spiaggia; vecchie reminescenze hippy o turismo alternativo, quello che si vede qui a

Lendas risulta comunque qualcosa di troppo costruito, di non improvvisato. Qui come a

Matala, dove anche ieri i nipoti degli hippy vendevano i propri prodotti lungo la spiaggia,

si cerca di far vivere nel presente un passato che si è concluso.

La Creta vista in queste settimane è sempre la tradizionale e unica isola vista anche 12 anni

fa, ma dappertutto si può notare come la rete stradale stia crescendo smisuratamente e

come le costruzioni abbiano il solito devastante impatto ambientale. Questo fa si che ormai

in ogni parte dell’isola è possibile vedere la presenza dell’uomo (le pale eoliche sulle

montagne sono l’esempio più evidente) e trovare luoghi davvero incontaminati è quasi

impossibile. Quando a Matala c’erano gli hippy, la spiaggia non era costellata di

ombrelloni e non c’erano supermercati e negozi vari. Quasi tutte le spiagge più importanti

e facilmente raggiungibili sono luoghi turistici e gli hippy li presenti sono loro stessi ormai

solo attrazioni turistiche.

Per ricercare gli aspetti più veri della Creta tradizionale è forse il caso di passeggiare per i

paesini più sperduti e ancora male allacciati alla viabilità principale. Ieri sera, a Ploutì,

siamo andati a mangiare in un ristorante (la cui specialità principale erano le lumache!)

con tutti i siciliani e con Stratis e signora. A parte la ciclopica mangiata però, camminando

per la via principale del paesino, era singolare vedere le vecchine vestite in nero, talvolta

anche in compagnia delle loro figlie, tutte sul terrazzino sedute a guardare la strada

mentre l’uomo di casa era, probabilmente, al bar a giocare a tavlì.

Il pensiero che mi porto dietro da questi giri cretesi è che sia sempre più difficile ritrovare

luoghi autentici; in Europa, secondo me, ne sono rimasti ben pochi. L’autenticità è

musealizzata o persa (oppure è solo il progresso che ci uniforma?), finire per

immaginarsela non è una gran soluzione, andare a cercarsela sempre più difficile.

Forse il vero viaggio moderno può essere proprio questo: ricercare luoghi autentici, il resto

può essere definito quasi norma, niente di nuovo.

Posti diversi ma con anime di fantasmi in fuga.

In una visione ciclica della storia mi sembra di essere un cittadino dell’impero romano,

quando tutte le varie tradizioni (istituzioni, religioni…) delle varie città conquistate erano

solo vane o passive imitazioni. Spero che non sia così, altrimenti resta solo l’impressione

personale a variare il panorama.

Penseremo a tutto ciò, stasera, in un ristorantino a Zaros? Ne dubito, e anche su questo

bisognerebbe riflettere.


19/7/2008

Ore 20:43                                                             CIELO MEDITERRANEO

Una dorsale di nubi su cui si infrange la luce del sole che tramonta, accompagna il nostro

rientro in Italia. Nuvole di cui peraltro ci eravamo dimenticati l’esistenza, nel cielo sempre

azzurro di Creta.

La campagna di scavo è finita più o meno come era iniziata: cibo a vagonate, mare e

copertura del sito.

Alcuni passaggi significativi devono essere ricordati: la foto di fine scavo con Arghirò, la

nostra infallibile cuoca che anche nei momenti più difficili ci ha sempre alimentato a

dovere; le sue moussaka e i suoi pastizio pesavano più o meno dolcemente sullo stomaco

fino a tarda notte provocando effetti devastanti (basta pensare al sogno del prof., che

difendeva nudo una città dagli arabi).Tutti però hanno sempre gradito, poi con Simone e

Rosario in tavola difficilmente avanzava qualcosa.

Epocale è stata la partita di beach volley sulla spiaggia di Matala: io, Stefano e Rosario

battuti sonoramente dal prof. e da Simone. Una battaglia all’ultimo sangue, senza

esclusione di colpi (sotto la sabbia vi era uno strato roccioso che ha contribuito a vari

dolori ossei) in una cornice da cartolina, con il sole che tramontava dietro le montagne

cretesi.

Non da ultimo oggi è il compleanno del prof (51°) e quindi, dopo un pranzo a base di

souvlaki, è arrivato il momento della torta: una torta di topo e niente, i gusti della gelateria

di Agii Deka preferiti dal prof. Il topo sarebbe cannella, che alla vista si presenta di colore

grigio, tanto che a Betta ha ricordato il più conosciuto dei roditori. Il niente sarebbe crema,

di colore biancastro ma in effetti non sa veramente di niente. Una torta surreale ma che ha

chiuso degnamente la lunga serie di porcherie consumata in questo mese.

Un mese che, in fin dei conti, è trascorso velocissimo: non so spiegarmi il perché, forse

tutto sta nella nullafacenza delle prime due settimane, forse nel fatto che mi sono sempre

divertito e sono sempre stato bene insieme agli altri. Forse tutte e due, ma comunque non

importa; l’esperienza era nuova ed è stata soddisfacente.

Era diverso l’obiettivo ed erano diversi i compagni di viaggio; alcuni che già conoscevo

bene, altri li conoscevo poco, altri li ho conosciuti ad Agii Deka.

E’ stato un nuovo frammento di vita che si è incastrato molto bene nel mio puzzle, un

puzzle che va avanti e che è ben lungi dal completarsi. Un puzzle che cerco sempre di

portare avanti al meglio, qualche volta si riesce, altre meno, ma l’importante è cercare di

fare cose che ti piacciono.

Lo scavo è un’esperienza completa, a pensarci bene: c’è un lavoro da svolgere che è il tuo

lavoro, ma non finisce lì. Hai l’occasione di conoscere sempre nuove persone, di far parte

di un gruppo che vive insieme: nel caso di questo caso in Grecia ci si trova tutti in un

contesto non quotidiano, hai la possibilità di conoscere questo contesto e anche di vedere

come gli altri gli si approcciano e come tu con gli altri. Non mi sarei mai fermato da solo al

cafeneio con Stratis e Babis alle 20.30 come un vero greco perché non conosco la lingua: in quell’occasione altri la conoscevano, mi traducevano e così anch’io ho partecipato.

Poi chiaramente c’è scavo e scavo; questo, anche se è durato poco, è stato, come detto,

molto soddisfacente. Proprio ora è passato il prof. e ha voluto un voto da 1 a 10: io ho

detto che è riduttivo vederla così, poi ho sparato un 8,5, in cui però è racchiuso poco e

niente. Le emozioni non sono classificabili.

Il mio pensiero è racchiuso molto meglio nella maglietta ufficiale di Gortina, che indosso

in questo ritorno verso casa.

 

A Roma con Ila e Julie!!

Il 9 marzo è stata una bellissima giornata passata in compagnia delle mie migliori amica nella Città Eterna… l’organizzazione è stata terrificantemente difficoltosa ma alla fine l’importante è il risultato… unico!! E dire che era per festeggiare il compleanno di Julie, quindi il colpo di sfiga poteva essere dietro l’angolo, tipo treno che si ferma o tempo bruttissimo… invece niente!! Il tempo è stato stupendo, i treni sono arrivati tutti in pieno orario (questo è proprio un miracolo!): di mattina io e Julie abbiamo visitato i fori (sia quello romano che quelli imperiali), visto che lei non sapeva assolutamente niente le ho spiegato tutto io, ancora fresco di esame di archeologia romana… poi dopo un pranzo nell’antico luogo del Templum Pacis di Vespasiano, siamo andati a prendere l’altra nana alla stazione, e poi tutti insieme, come una piccola Triade, siamo andati a Villa Borghese e ci siamo riposati chiacchierando all’immenso parco; poi discesa a piazza del Popolo e Via del Corso, alla spasmodica ricerca di un gelato che non voleva farsi mangiare… ma la mascella juhlkesca non ha lasciato scampo, e anche io e ila ci siamo adeguati, per non sfigurare… Poi "passeggiata" fino al Colosseo con foto di rito e da lì fino alla stazione termini… Il ritorno è stato strano: infatti come al solito, c’era ila che parlava e io e Julie, stanchissimi, cercavamo di seguirla… ci siamo riusciti ma è stata dura, ma era da un pezzo che non sentivamo Ila chiacchierare ed eravamo fuori allenamento…
Comunque la giornata è stata stupenda, siamo stati benissimo, e poi Roma con il cielo limpido è sempre qualcosa di unico, quasi favoloso… poi con le mie migliori amiche che mi facevano da compagnia non potevo chiedere altro, ero in paradiso, volevo che la giornata non finisse mai: spero che riusciremo a riorganizzare prima o poi gite del genere, anche se per il prossimo futuro sarà difficile.. ci vorrebbe un viaggio tutti insieme, ma questo è ancora più difficile, quasi un’utopia… Ma già il solo desiderare una cosa fa si che questa non sia più solo un’utopia, ma una cosa realizzabile… prima o poi!!